Cuore anfibio

[…] mentre tutti i suoni del mondo tacciono – il fruscio dei nostri vestiti, la madre che conta i piegamenti al piano di sopra, l’aeroplano nel cielo che disegna il punto esclamativo -, tutto tace mentre le educatissime labbra di Clementine, labbra di otto anni, incontrano le mie; e poi, da qualche parte più in basso, il mio cuore reagisce.
Non si tratta esattamente di un tonfo, nemmeno di un sussulto, bensì di una specie di fruscio, come una rana che salta da una riva fangosa.
Il mio cuore anfibio si muove tra due elementi: l’eccitazione e la paura.

600 pagine. Eh, lo so, so’ tante. Ma. Se vi dicessi che la mole è il suo unico – e ipotetico – difetto? Bene, ecco fatto, via il dente, via il dolore. Ora che siete più sereni, serenità che proviene dal fatto di essere già a conoscenza della “fregatura”, passiamo a parlare della meraviglia di questo romanzo.
Middlesex è la storia di Cal. Jeffrey Eugenides, l’autore, deve avergli voluto proprio bene. Non si è accontentato di narrare la sua storia. No, parte da molto più lontano, dalle vicissitudini della sua famiglia, dei suoi nonni, addirittura. La prima metà o quasi, del libro, è spesa a raccontarci l’albero genealogico del protagonista. E se siete come me, che le digressioni mi annoiano a morte, adesso starete storcendo il naso. Errore! Mi sono dovuta ricredere: è un racconto molto toccante.
Ci sono alcune descrizioni, alcune immagini, che sono… pura poesia. Penso ai nonni in fuga, e alla notte trascorsa sotto la scialuppa della nave, per cercare un po’ di intimità. Penso ai genitori, alla scena del padre che suona della musica sul corpo della madre. Penso a…
Intorno alla metà, ecco che spunta fuori questo scricciolino. E usando questo termine, mi scappa un sorriso. Potrei passare a raccontarvi subito il motivo per cui questo libro finisce in una rubrica LGBT. Vi dirò prima, invece, perché gli sorrido teneramente.

[…], e Callie alza gli occhi dal foglio coperto di macchie di inchiostro e vede che è primavera e stanno sbocciando i fiori, fiorisce la forsizia, le foglie degli olmi sono verdi; durante l’intervallo ragazzi e ragazze di tengono per mano, a volte si baciano dietro agli alberi e Calliope si sente truffata, ingannata.
“Mi hai dimenticata?” chiede alla natura. “Io aspetto. Sono ancora qua.”

Ecco. Calliope sono io.
Cioè, non io-io; Cal è ognuno di noi, che si sia sentito a disagio almeno una volta nella vita. È la ragazzina che si chiede perché le cose accadono agli altri e non a lei. E’ il ragazzino che si sente non adeguato, non perfetto, non in linea con quanto è considerato normale. E’ l’adolescente che si sente sbagliato.
E a questa ragazzina, io sorrido. A questo ragazzino, io sorrido. Perché vorrei infonder loro un po’ di coraggio. Perché vorrei distoglierli dal quanto sia sbagliato considerarsi sbagliati.
Calliope è una bambina, Cal è un uomo. Calliope e Cal sono la stessa persona. Cal è un uomo con un’infanzia da bambina. Ed è una persona perfetta.

Ricordati, Cal. Il sesso è biologico, il genere è culturale.

Sorridetegli insieme a me. Perché sorriderete anche a voi stessi, e al voi stessi che siete stati.
E abbraccerete lui, e voi stessi, in questo stretta bellissima a cui Eugenides ci invita. Un abbraccio che dura 600 pagine. Direste di un abbraccio che è troppo lungo?
Ve lo dicevo io, che quello non era un difetto… ma un calorosissimo, profumatissimo, morbidissimo pregio.

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