Il mio primo test HIV

Immagine in http://sait.usc.edu

Immagine in http://sait.usc.ed

Già, prima o poi va fatto!
Puoi passare tutto il tempo che vuoi a dirti “ci vado settimana prossima” ma tanto prima o poi ci devi andare.

Ed è così che mi ritrovo qui, in una sala d’attesa di un ambulatorio di Roma cosparsa di poster che mi ricordano il motivo ansiogeno per il quale le ultime due ore le ho passate allo specchio pregando non si sa quale Dio, chiedendogli una cosa sola: che sia negativo!
Non so che fare… devo prendere un numeretto da qualche parte? Devo farmi mettere in lista? Devo semplicemente sedermi e aspettare? Eppure le ore 15:00 sono scoccate, il sito diceva esplicitamente “dalle ore 15:00…”
Esco, mi rullo un’altra sigaretta, rimango sul terrazzino dell’ingresso con lo sguardo verso l’interno per cercare di capire quali siano le mosse da farsi. Dal vialetto arrivano due ragazzi. Avranno più o meno la mia età, salutano con un “buongiorno” di circostanza. Non sembrano essere una coppia o perlomeno non lo danno a vedere. Sono tranquilli, spettegolano di qualche loro amico e smanettano sul loro iPhone mentre io comincio a chiedermi se non ho sbagliato a non dire nulla a nessuno e a non farmi accompagnare.
Qui, ora, sono da solo, nessuno sa niente. Neanche le persone più care, neanche qualcuno ad accompagnarmi e da cui farmi distrarre. Tra una settimana dovrò prendermi le mie responsabilità e l’unica cosa che potrò fare è prendermela con me stesso. Non ci sarà nessuno da incolpare, se non me.
Sono agitato. Lo stomaco è in subbuglio e il cuore, anche se regolarmente, batte con una tanta forza che mi sembra stia per scoppiare.
Potrei fingere una telefonata e andar via, potrei accendermi un’altra sigaretta e con nonchalance avviarmi verso casa… ma sono qui ormai. Sono anni che rimugino su questa decisione. L’indirizzo di questo ambulatorio è scritto su un post-it nascosto in un libro da mesi, ho 24 anni e sarei dovuto essere qui la prima volta all’età di 15.
Devo andarmene. Come fanno questi due a stare così tranquilli? Come fanno a non preoccuparsi delle domande che gli verranno poste? Come fanno a non aver paura di quel responso che si ritroveranno su un foglio bianco e che avrà il potere di cambiare la loro vita?
I risultati non saranno pronti prima di una settimana, ma il problema è che ora si decide il tutto. Tra una settimana i giochi saranno fatti. Tra una settimana non si potrà più tornare indietro. Se oggi faccio il test avrò segnato il mio futuro. Saprò se sono sieropositivo o meno. Ho paura. Forse è meglio vivere nell’incertezza.
Sì, certo, potrei anche evitare, scappare da questa sala d’attesa e restare nell’ignoranza. Sì, così non ci sarà nessuno da incolpare, niente da dover dire, nessun trattamento da subire, niente vita che si stravolge, solo la normale e tranquillizzante routine della mia vita quotidiana.
Il problema però è che ci sono cose che devono per forza essere sapute. Uno può essere perdonato se non ricorda il nome del precedente Presidente della Repubblica, uno può comprendere se non sai che Laura Pausini è la prima donna italiana ad aver vinto un Grammy Adwards, ma su questo, invece, non ci sono giustificazioni.
Con lo sguardo fisso al pavimento decido che per ora non devo preoccuparmi, che entrerò in saletta e dirò tutta la verità, che mi farò togliere non so quanti centilitri di sangue e che per un’altra intera settimana potrò stare tranquillo…
Proprio mentre prendo questa decisione e il mio viso si distende insieme a tutti gli altri muscoli del corpo, la porta si apre e un bel giovanotto ci guarda tutti e invita il primo della fila ad entrare.
Mi fa accomodare in uno stanzino un po’ angusto e comincia con le sue domande:

– E’ la prima volta che fai il test dell’HIV?
– C’è un motivo particolare per il quale hai deciso di farlo proprio ora?
– Hai avuto rapporti a rischio?
– Sei mai venuto a contatto con sangue, sperma… ?
– Conosci il “periodo finestra”?
– Conosci la differenza tra HIV e AIDS?

Non mi sono sentito sotto interrogatorio o a una prova d’esame… per fortuna il tipo riesce a mettere a proprio agio, per quanto possibile, le persone e il colloquio va via liscio anche tra qualche mezza risata e chiacchiere non connesse al motivo della mia presenza nello stanzino.
Quello che mi aspettavo però era di compilare un questionario e non di fare un vero e proprio colloquio, insomma, ma possibile che ci sia gente che non ha ancora visto almeno una puntata del Dr. House? “I pazienti mentono sempre”. Ero troppo impaurito per essere sincero al cento per cento.
A un certo punto il bel ragazzo, volontario di una associazione LGBT romana, mi chiede di rivelargli la mia data e luogo di nascita.
Probabilmente in quel momento la mia faccia assume la forma di un punto interrogativo: “ma il test non era anonimo?” Il volontario mi spiega che è la procedura per assegnarmi il codice da fornire ai medici, che l’unico a sapere della corrispondenza tra codice e nome sarà lui e che è vincolato per legge al segreto professionale.
Il bel ragazzo mi porta nella stanza dei prelievi dove una simpatica infermiera mi intrattiene parlandomi dei suoi problemi di peso e della tragedia della disoccupazione giovanile.
L’ago entra nella mia vena e il sangue comincia a riempire la provetta e mentre la signora continua a parlarmi di come non riesca a trattenersi davanti ad un bel piatto di ragut, io non posso far altro che fissare quel sangue e sperare che esso sia sano.
“Ecco finito, ora ti metto un bel cerottino e puoi andare”. La signora toglie l’ago, prende la provetta e ci scrive il mio codice sopra per poi deporla in una scatola.
Abbandono l’ambulatorio e mi riavvio verso casa.
Non ho neanche bisogno della mia camminata anti-stress, oggi prendo l’autobus e a ogni fermata non controllerò se sta salendo una vecchietta per cederle il mio posto sperando così di ripulirmi il karma, non ne ho bisogno, non cercherò di parlare con non so quale Dio sperando che accetti qualche mio strano patto: ricomincerò il volontariato, donerò il sangue ogni mese, non farò più sesso se non per amore, donerò i miei ultimi spiccioli al primo barbone… no, ora non ho paura, averi dovuto aver paura in altri momenti… non ora, i giochi sono fatti ormai.
Già, perché non è ora che si decide il tutto. Il tutto è stato deciso più di sei mesi fa! Il mio futuro è stato già scritto tutte quelle volte che ho detto “ma sai che c’è… ‘sti cazzi, una goccia di sperma che vuoi che faccia?” Sì, è in quei momenti che io ho deciso di rischiare. Rischiare grosso.
Sono stato io a decidere il tutto. Io con i miei gesti, con i miei comportamenti ho deciso cosa farne di me e dovrei essere abbastanza maturo da accettare le conseguenze dei miei comportamenti. Dovrei tutelare, da un possibile contagio, le persone con le quali ho rapporti. Devo essere consapevole.
Aver fatto il test mi mette in pace con me stesso! La paura che provavo era sì paura, ma anche sdegno nei miei confronti. Sdegno per non essere in grado di affrontare il test dell’HIV.

La settimana successiva andai a ritirare il test che era negativo. Camminavo a un palmo dal suolo. Felice e spensierato.
L’ansia che si prova prima del test HIV probabilmente resterà sempre la stessa. Anche quando sai che ti sei comportato bene, in quegli istanti precedenti il prelievo e fino alla consegna del responso ti vengono in mente mille dubbi, mille ricordi sfocati di probabili contatti… l’ansia, anche quella di infettare qualcuno, non se ne andrà se non dopo aver scoperto il risultato del test.

Ricordo l’evento del 30 novembre 2013 a Lanciano “L’informazione per sconfiggere l’AIDS. Una lezione per la società

Aggiornamento:
Ecco come è andata: L’incontro di Arcigay Chieti sul tema dell’HIV-AIDS

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