Un Pride da Chieti a Roma su quattro ruote

 

13394097_10209663303925178_970591100072693729_nUltimamente diciamo che le mie sveglie alla mattina possono suonare all’infinito, ma non quella di sabato scorso (11 giugno 2016). Non ha neanche fatto in tempo a suonare che ero già pronta a scattare in doccia. Quello che dovevo indossare lo avevo, ovviamente, preparato la sera prima nei minimi dettagli. Questi dettagli riguardavano anche quella che è una delle “estensioni del mio corpo”, la mia carrozzina e quindi il cambio dei copri-raggi, rigorosamente RAINBOW, dalla vecchia alla nuova. Era quello, in fondo, il momento giusto per inaugurare la nuova carrozzina “SPEEDER 3.0”. Un cambiamento importante fatto in un momento altrettanto importante. Sono arrivata persino in anticipo all’appuntamento con gli altri miei amici. Ci siamo radunati tutti insieme e quando è arrivato il pullman siamo saliti e ci siamo sistemati. Non c’è stato bisogno di chiedere aiuto per sistemare “SPEEDER 3.0”, per la sua prima volta in un bagagliaio di un pullman, uno dei miei amici l’ha presa e l’ha sistemata, senza che io dovessi chiedere nulla.

Era finalmente arrivato il momento tanto atteso.  Il Roma Pride ci stava aspettando.

Si aspettava anche noi, proprio noi!

Una quindicina di ragazze e ragazzi di Arcigay Chieti, che hanno scelto di vivere il Pride tutti insieme. Per molti di loro è stato il Primo Pride, per me era il quinto, ma se c’è una cosa che ho imparato è che ogni Pride può essere il primo sempre, per svariati motivi.

Il viaggio, tra una chiacchiera e l’altra è abbastanza volato. Non ero mai andata da Chieti a Roma e devo dire che mi sono persa più volte a leggere i cartelli stradali, come faccio sempre in viaggio, di posti, che in questo caso, erano a me sconosciuti. Mamma mia è brutta l’ignoranza!Ma almeno ne sono consapevole e cerco di recuperare!  Ammetto di aver provato durante il viaggio emozioni varie date da pensieri di vario genere.

Ero sicuramente in ansia per tutto quello che poteva comportare muoversi a Roma con una carrozzina. Avevo preso la decisione di partire insieme ai miei amici, una volta avuta la certezza di avere almeno tre di loro che con sicurezza si rendessero disponibili ad aiutarmi negli spostamenti per le strade romane. Praticamente quello che intende il Movimento di vita indipendente (delle persone con disabilità) per assistente personale e che io ho personalmente battezzato con il nome di “AVATAR”, cioè una persona che si rende disponibile a soddisfare i vari bisogni che una persona con disabilità ha per raggiungere o migliorare la sua autonomia con autodeterminazione e libertà di scelta senza essere sostituito da nessuno. In generale è un lavoro vero e proprio a medio o lungo termine, in questo caso era per la giornata e in forma volontaria.

Poi c’era la grande emozione di vivere un Pride in una grande città come Roma, insieme ai miei nuovi amici di ARCIGAY CHIETI. Altre emozioni invece legate a Roma e alla mia vita privata.

Di emozioni, insomma, ne stavo vivendo davvero tante ed ero consapevole che in questa giornata ne avrei vissuto altrettante.

Una volta arrivati ci volevamo fare un giro in Piazza di Spagna e dintorni, quindi bisognava prendere la metropolitana. In quel momento l’avventura è iniziata davvero, la metropolitana di Roma è di una accessibilità da premio Oscar. Ovviamente sono sarcastica. A Tiburtina non mi sembrava vero, c’erano gli ascensori, “miracolo” ho pensato, “stai a vedere che Roma si è evoluta!”. No era solo un miraggio più che un miracolo. Delle fermate prese sia all’andata che al ritorno, in realtà è stata l’unica dove abbiamo trovato gli ascensori. Arrivati alla fermata Flaminia, infatti, non c’era nemmeno l’ombra di un ascensore. Ma nessuno si è fatto prendere dal panico, anzi. Ok ci sono le scale mobili? Va bene, mi giravano molto le palle per una Capitale inaccessibile ma una soluzione potevamo trovarla.

Io potevo trovarla che qualche passo, anche se con fatica lo riesco a fare, ma non vale per tutte le persone con disabilità, e non sarebbe valso nemmeno per me se fossi stata sola!

Mi sono alzata, due amici mi hanno aiutato a combattere le scale mobili e un altro ha pensato a “SPEEDER 3.0”. Poi vabbè non bastava la prova scale mobili, per uscire dalla metropolitana c’era solo una rampa di scale. C’è stato poco da fare, io mi volevo rialzare di nuovo e farmi le scale piano piano, ma quattro dei baldi giovani con me mi hanno preso, con carrozzina annessa, tipo Papa e portata fuori da quel bunker. È stato perfino divertente, i miei amici ridendo e facendo battute sceme non mi hanno fatto pesare quel momento. Se devo fare la seria, quello è uno dei classici momenti in cui mi sento terribilmente in difficoltà. Trovarmi in una situazione dove o sono costretta a superare una barriera con una fatica immensa o sono costretta a rinunciare se è davvero impossibile per me da superare, è per me motivo di grande frustrazione.

In fondo i miei amici mi conoscono da poco e molti di loro non hanno mai avuto a che fare con una persona con disabilità o con una carrozzina. Con molta gioia posso dire che sono stati fantastici tutti, non mi hanno fatto sentire mai a disagio e soprattutto nei loro modi, nelle loro azioni e nei loro occhi non ho percepito disagio, ma una grande naturalezza.

Ovviamente poi è scattato pure il momento “emergenza bagno” e illudendoci che il McDonald’s potesse avere un bagno accessibile, abbiamo appurato che si avevano il bagno accessibile, ma al primo piano senza ascensore. Che furboni quando fanno queste cose! Comunque restava il fatto che io in bagno ci dovevo andare e quindi volontariamente, per dare un segnale del tipo “riflettici su e magari se ti senti un pochino una cacca, ci sta pure!”, ho chiesto in che altro modo avessi potuto accedere al loro bagno. Un’altra avventura! Ci hanno fatto fare un giro assurdo uscendo dal locale, rientrando e uscendo da porte qua e la, fino a entrare nel retro del loro magazzino. Per fortuna avevo ancora un po di resistenza vescicale, se no con quel giro dell’oca sarebbe facile capire come poteva andare a finire. Voglio dire, potrebbe capitare a tutti, se uno si trova in una situazione di necessità del genere e le possibilità di arrivare all’obiettivo sono ardue!

Dopo qualche giretto per alcune vie romane è arrivato il momento di dirigerci verso il punto di raduno per la partenza della parata. Più ci avvicinavamo e più la musica aumentava.

Le mie ruote iniziavano già a fremere all’idea di potersi scatenare in danze di orgoglio e di festa.

Abbiamo iniziato a sfilare tutti insieme.

Amo sfilare e guardarmi intorno durante un Pride. Amo osservare i sorrisi e i saluti che si scambiano con le persone che stanno ferme ai lati delle strade. Amo vedere persone di ogni orientamento sessuale, razza, religione che si ritrovano a sfilare accanto. Amo ballare a ritmo delle musiche più svariate, ma soprattutto quelle chiamate “Trash” tipo la Carrà e i classici che risuonano in tutti i Pride a cui io ho partecipato. Amo osservare le famiglie, di tutti i tipi, che sfilano insieme.

Amo tante cose del Pride!

Di questo Pride ci sono state un paio di cose che sicuramente mi porterò nel cuore.

Mi hanno emozionato, con lacrimucce annesse e connesse, vedere le persone che si fermavano dal carro dell’ A.G.E.D.O. e ai genitori sopra stringevano la mano dicendogli “Grazie”.

Mi ha emozionato una mamma, sempre dell’ A.G.E.D.O. che incrociando il mio sguardo mi ha sorriso con uno sguardo dolce e orgoglioso. Avrei voluto riuscire a dirle “Grazie” anche io, ma non ci sono riuscita, perchè l’emozione era davvero tanta e quando è così le parole mi si bloccano in gola senza via di uscita.

Mi hanno emozionato due persone con disabilità che dopo aver letto il cartello che portavo al collo, che diceva “DUE MONDI, UN SOLO ORGOGLIO” da un lato e dall’altro “NIENTE SU DI NOI, SENZA DI NOI” (lo slogan che rappresenta il fulcro del pensiero del Movimento di Vita Indipendente) si sono avvicinati, mi hanno stretto la mano e mi hanno detto “Grazie”.

Mi ha emozionato quando tra un cambio e l’altro di “AVATAR” (i miei amici erano diventati tutti AVATAR, non solo i tre che si erano ufficialmente proposti), uno dei miei amici, seguendo il ritmo delle mie braccia che ballavano, ha fatto ballare anche le ruote di “SPEEDER 3.0”. Mi sono sentita un tutt’uno con lei ed è stata una sensazione bellissima.

Mi ha emozionato, alla fine, intanto che stavamo ascoltando il discorso di conclusione del Pride, osservare due piccolini di più o meno 4 anni ciascuno, che giocavano tra loro con gioia e semplicità con un palloncino, e i loro genitori accanto, due papà da un lato e un papà e una mamma dall’altro, che li guardavano con gli stessi occhi pieni di amore.

Mi ha emozionato ascoltare le parole di un mio amico che descrivendo come aveva vissuto il suo primo Pride, ha detto che per lui era stata un’esperienza bellissima, in cui si era sentito davvero e finalmente libero, libero di essere se stesso, libero di baciare e tenere per mano il suo ragazzo senza paura di nessun genere.

Si il Roma Pride mi ha dato questo e molto di più. Per questo, per me, ha senso vivere un Pride.

E per questo spero che tutti possano concedere a se stessi di viverlo almeno una volta nella vita.

Per concludere, c’è una cosa che devo assolutamente raccontarvi, perchè è davvero stata una conquista e una grande motivazione di orgoglio. Magari per alcuni di voi potrà sembrare una cosa da poco o un dettaglio che avrei potuto omettere in tutto questo bel racconto, ma per me ha davvero un grande significato. Sono riuscita ad andare in bagno sul pullman in movimento!

Mai fatto in vita mia!Solo il pensiero mi terrorizzava!

Ma se la paura non si combatte con il coraggio si rischia di perdere più di quanto si potrebbe guadagnare!

È stato molto difficile mantenere l’equilibrio nello spostarmi dal mio posto al bagno con il pullman in movimento, poi ovviamente era imboscato in basso, con tre gradini enormi da superare e con una porticina dove manco i nanetti di Biancaneve potevano entrarci senza imprecare qualche parolaccia. Ma alla fine ci sono riuscita!

Se c’è una cosa che nella mia vita ho imparato è non arrendersi mai alla prima o alla seconda sconfitta, perchè magari alla terza volta vinci o se no almeno puoi dirti di averci provato con tutta te stessa fino in fondo. Anche questo per me è motivo di orgoglio!

Le conquiste più vere e importanti, per tutti, sono frutto di grandi lotte e sacrifici, anche se sembrano impossibili e anche se ci possono spaventare tanto prima di riuscire a capire il modo migliore per raggiungerle.

Per questo “CHI NON SI ACCONTENTA, LOTTA!”.

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