Chi c’è dietro la sigla LGBT(QI)?

LGBTQuando qualche anno fa iniziai ad accostarmi alle tematiche riguardanti la mia omosessualità mi scontrai con una sigla che impiegai non poco tempo a comprendere e poi a memorizzare, anche perché ogni tanto la vedevo crescere di una nuova lettera. La sigla LGBT entrò però presto nel mio vocabolario personale. Iniziai a usarla perché rendeva subito l’idea e definiva la mia comunità d’appartenenza. Quando poi mi scontrai con la più completa sigla LGTBQI mi dovetti fermare e cercare di capire bene cosa si intendesse.
Benché a molti non piaccia farsi definire con una una parola o una sigla io credo che le definizioni servano quantomeno ad avere un vocabolario comune.
Con la sigla LGBT definivo la mia comunità, quelle persone che sentivo a me legate vuoi per simili caratteristiche (mi piacciono le persone del mio stesso sesso) vuoi per stesse condizioni (negazione di diritti a causa del mio non essere allineato nella cultura eterosessista) . Chi erano mo ‘ste Q e ‘ste I. Ma poi di fondo, anche ‘sti B chi sono? E i/le T?…

G come Gay!

Il termine gay deriva dal provenzale gai: “allegro”, “gaio”, termine che tra il settecento e l’ottocento divenne sinonimo di “dissoluto”, “lussurioso”, “depravato”. Nel 1969 negli USA il nuovo movimento di liberazione omosessuale decise di rifiutare la terminologia utilizzata dagli etero (omofilo) e decise di adottare il termine Gay per definire la comunità omosessuale. Quindi come riporta wikipedia (da dove sto rubando tutte queste informazioni, se non altrimenti specificato) l’idea che Gay derivi dall’acronimo di Good As You (buono quanto te) è solo una leggenda metropolitana. Ad oggi il termine gay in Italia è utilizzato come sinonimo della parola omosessuale come infatti riporta la Treccani.it “Agg., … – Omosessuale” e Omosessuale sta a indicare: il comportamento o l’attrazione sentimentale e/o sessuale tra individui dello stesso sesso, a livello situazionale o in un’indole duratura°

L come Lesbica!

Il termine lesbica deriva dall’isola di Lesbo dalla quale proveniva Saffo la poetessa che esaltò l’eros tra donne. Dal 1889 pare si siano sviluppati decine e decine di termini per definire le nostre sorelle, tra cui: uraniste, tribadi, unringhe, saffiche.
Solo nel 1971, grazie a Charlotte Wolff, psichiatra tedesca, si ha lo sdoganamento del termine lesbismo che indica l’omosessualità femminile°° (vedi definizione di omosessualità).
Negli anni settanta si radica il pensiero che lesbica lo sia ogni donna che si voglia definire tale a prescindere dall’oggetto sentimentale/sessuale desiderato. Sempre negli anni settanta le lesbiche separatiste vollero rivendicare l’utilizzo del termine “lesbica” per definirsi in modo da separarsi dal termine generico (e “maschile”) gay. Inoltre la vecchia sigla GLBT, con le prime due lettere invertite, è ormai in declino perché a un certo punto le lelle hanno voluto avere il primo posto nella sigla in quanto donne e quindi meritevoli di galanteria…

B come Bisessuale!

Il termine nasce nel 1809 da parte di alcuni botanici con l’intento di definire piante che avessero organi riproduttivi sia maschili che femminili, il termine, nell’accezione che ci interessa, indica l’orientamento sessuale del soggetto che trae piacere dall’avere rapporti sessuali e/o è in grado di provare attrazione o sentimenti erotico-affettivi nei confronti di persone sia del proprio stesso sesso che di quello opposto. Interessante è il fatto che per rientrare in tale categoria non c’è bisogno della prova del nove… Anche a partire da questo la bisessualità trova varie forme d’espressione:

Bi-permissivo: quello che dice di essere disponibile a nuove esperienze qualora capitassero;

Ambisessuale: quello che indiscriminatamente prova attrazione per ambo i sessi… il bisessuale come lo conosciamo quindi;

Bi-curioso: quegli etero che sono occasionalmente attratti o interessati ad esperienze omosessuali;

T come Trans!

Il termine Transesuale nasce nel 1923°°° e indica il desiderio, in soggetti che dal punto di vista genotipico e fenotipico appartengono a un determinato sesso, di appartenere al sesso opposto°°. Possiamo quindi avere una MtF (maschio alla nascita che si sente donna) o un FtM (femmina alla nascita che si sente maschio).
La grammatica da usare con questo termine crea non pochi imbarazzi. Infatti un po’ tutti ci saremo chiesti “ma come si dice: la o il trans?” Effettivamente non è molto chiaro come ci si debba comportare. Se difronte a me ho Marco che in realtà è nat* come Maria e che non si è ancora operat* che faccio? E dopo che ha transitato, ma non ha ancora ottenuto il cambio di sesso all’anagrafe? E dopo il riconoscimento nei documenti? Il trans Marco o La trans Marco, La trans Maria? Quale modo dovrebbe essere quello “formalmente” corretto? Dovremmo far riferimento alla letterina M o F dell’anagrafe e solo dopo il riconoscimento legale definitivo dovremmo accordare articoli, aggettivi e sostantivi al sesso che è ora congruente all’identità di genere sentito? L’Accademia della crusca e il dizionario Devoto-Oli si limitano a specificare che la parola Transessuale può essere declinabile sia al maschile che al femminile senza specificare oltre e senza toglierci il dubbio. Ebbene ci hanno pensato le stesse persone trans a specificare che il trans Mario (che è nato come Maria) si declina al maschile, in qualsiasi momento della sua transizione, in quanto è questo il genere d’identità sentito dallo stesso.

Q come Queer!

Queer come “strano”, “insolito” che deriva dal tedesco “quer” che significa “di traverso, diagonalmente”. In Italia tale parola indica le persone il cui orientamento sessuale e/o identità di genere differisce da quello strettamente eterosessuale… non stiamo quindi parlando di G L B T? A quanto pare no, pare che queer non sia un sinonimo della sigla LGBT (anche se i pareri sono contrastanti) e allora cos’è? A dire il vero non l’ho capito neanche io… c’è chi dice che siano i travestiti, chi invece dice che Queer indichi chi è politicamente attivo nel rifiutare le tradizionali identità di genere e le categorie dell’orientamento sessuale, chi si sente oppresso dall’eteronormatività che rende “minoranza” gli altri comportamenti.
Forse il problema è che dentro la parola Queer alla fine ci possono stare tutti e tutte e nessuno e nessuna. E chiudo la questione con le parole di Wark Mc Kenzie, teorico e scrittore queer:

Non è possibile rappresentare ciò che la comunità esclude. Rappresentare significa definire ciò a cui appartiene l’oggetto della rappresentazione e ciò a cui non appartiene. Rappresentare coloro che non sono rappresentati vuol dire definire una loro comunità di appartenenza e, il che è anche peggio, magari contro il loro volere. Non si fa un piacere a qualcuno dandogli un nome che non vuole. L’outing è sempre violenza e perciò non ha nessuna giustificazione etica. (…)
Poiché questa è, in ultima analisi, la violenza della comunità: essa costringe la realtà a conformarsi alla rappresentazione, escludendo tematiche, corpi e possibilità che non si accordano alla sua immagine. In ogni comunità, ognuna senza eccezioni, c’è un armadio in cui sono chiusi quelli che sentono di dover nascondere la loro imperfetta corrispondenza con l’immagine che definisce la loro appartenenza. (…)
Io non appartengo all’appartenenza, ma forse appartengo alla non-appartenenza“.

I come Intersessuale!

Il termine Intersessuale indica quelle persone i cui cromosomi sessuali, i genitali e/o i caratteri sessuali secondari non sono definibili come esclusivamente maschili o femminili.
Devo dire che mi è sembrato alquanto strano trovare questo gruppo di persone rappresentate all’interno della comunità principalmente perché non immaginavo l’esigenza di questi di dover essere rappresentati da associazioni e movimenti… a quanto pare invece ci sono molti dibattiti aperti in merito all’intersessualità prevalentemente in merito al protocollo medico di medicalizzazione di queste persone e sugli stereotipi socio-culturali di genere attraverso cui viene definito ciò che è “normalmente” femminile o maschile.

Non ci provo nemmeno a riportare altre decine di lettere che in vari convegni, incontri e vicissitudini ho sentito aggiunte a queste descritte, come per esempio la E di Eterogenei proposta da “Arcietero” (Eterogenei a favore degli omosessuali) o chi vuole aggiungere la U per “Unsure” (insicuro), però ci tenevo a dare una definizione comune, se pure in modo blando e leggero, di certi termini con i quali abbiamo quotidianamente a che fare.

° “Sexual Orientation ad Homesexuality”. American Psychological Association

°° Le Garzantine – Psicologia di Umberto Galimberti

°°° Psicologia e Psicopatologia del comportamento sessuale di Davide Dèttore

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2 risposte a “Chi c’è dietro la sigla LGBT(QI)?

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